“Natale: devozione e tradizione” di Tommaso Aiello

La nascita di Gesù a Bethlem è stata rivelata da un angelo ad alcuni pastori che custodivano il loro gregge in questi termini:”Vi annunzio una grande gioia,oggi è nato il Salvatore”.

Da allora e per 20 secoli il Natale è stato sempre motivo di gioia. ”Il nostro Salvatore oggi è nato:rallegriamoci!”- così il sermone natalizio di S.Leone – “Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita”.

Gli artisti di tutti i tempi e di tutto il mondo hanno saputo immortalare questo singolare avvenimento nelle tele, nelle sculture, nei bassorilievi,ecc.; i poeti poi e gli scrittori non sono stati da meno. E che dire poi dell’immensa produzione musicale che possediamo sul Natale? E della fede semplice e dell’inventiva di San Francesco e del suo primo presepe vivente di Greccio? E le novene, gli alberi di Natale, i presepi artistici…

Il magistero della Chiesa, in questo momento solenne dell’anno liturgico, rinnova il sorprendente annuncio intonato sempre alla gioia più intima.

“Esulti il santo, perché si avvicina al premio;-continua ancora S.Leone – gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita”.

Quanta storia si è costruita attorno alla santa Grotta, sull’evento atteso e vaticinato dai Patriarchi e dai Profeti e sul canto festoso degli angeli: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà!

Due sono i momenti che caratterizzano questa festività: la novena e la festa del Natale, che poi sono comuni a tanti altri paesi, ma che purtroppo vanno scomparendo o sono del tutto scomparsi a causa della troppa modernità che ha travolto anche momenti di vita spirituale vissuti dai nostri antenati.

Il Natale, come tutte le altre solennità, è preceduto da un periodo convenzionale di 9 giorni,detto appunto novena,di preparazione spirituale,pastorale,liturgica, chiuso all’ultimo giorno con digiuno e astinenza secondo un’antica prescrizione della Chiesa. Il digiuno e l’astinenza, venivano avvisati la sera precedente, il giorno 23, dalle campane con un suono particolare. E’ ovvio dire che in chiesa si teneva ab- antiquo la novena liturgica con concorso di fedeli che contribuivano alle spese occorrenti. Fino agli anni ’80 del secolo scorso c’era anche la “nuvena sunata”, che 5 persone,di solito appartenenti alla banda musicale del paese(un cantore e 4 con strumenti) eseguivano per le strade davanti a cappelle votive ben adorne con lampadine,arance<<partualli>>, rami e foglie, sempre a richiesta di devoti e dietro compenso. Prima andavano a suonare“a nuvena” anche dentro le case, dove era allestito un presepe o un quadro col Bambino Gesù adorno di lampade e rami,e i vicini nelle ore pomeridiane si riunivano per la recita del rosario e di altre preghiere. Per ciascun giorno”i parti ra nuvena” erano differenti e venivano cantate con l’accompagnamento degli strumenti musicali, seguiva il canto delle litanie lauretane in latino e infine un inno.

Riportiamo le parti che si cantavano il giorno 21 dicembre e il giorno 23 dicembre:

Stanculiddi su arrivati

doppu tanta lunga via

gà traseru a la citati

menzi morti a la strania.

Vannu spersi pi li strati,

nudda casa hannu truvatu

lu risettu in citati

di li genti cc’è nigatu.

Ddoppu tantu caminari

nun avennu stanza avutu

jeru a scrivisi e pagari

a lu re lu so tributu.

Poi chi già purificau

San Giuseppi chiddu locu

cu l’ingegnu chi purtau

jetta luci e adduma focu.

S’assittaru tutti rui

nterra e ncostu di lu focu

e un putennu stari chiui

si cibaru qualchi pocu.

Pri ubbidiri a lu so sposu

Maria Santa si cibau

ch’autru cibu cchiù gustusu

a se stessa priparau.

Trascriviamo infine le ultime tre strofe dell’ ultimo giorno,il 24 dicembre:

 

Ntra st’affettu e ntra st’ammuri

la Gran Virgini biata

tutta focu tutta arduri

fu in estasi livata

e gurennu lu so Diu

a Gesuzzu parturìu.

Natu già lu gran Misìa

si misi a chianciri e ngusciari

e la Vergini Maria

si misi ancora a lacrimari

lu pigghiau cu sommu affettu

e lu strinci a lu so pettu.

San Giuseppi si rispigghia

già di l’estasi profunni

e cu duci maravigghia

si stupisci e si cunfunni

curri prestu spavintatu

e Gesuzzu vitti natu.

Alla fine della novena nell’ultimo giorno, di solito,si cantavano questi quattro graziosi versi, così come viene testimoniato da un numero unico del Giornale di Sicilia”Natale 1892”:

 

La nuvena è tirminata,

ci vonnu i rinari e i cucciddata;

si nun c’è lu vostru spusu,

nni pruiti ru pirtusu.

La novena non la fanno solamente i cantastorie, scrive il Pitrè, ma anche i ciaramiddari (sonatori di ciaramelle) che a Palermo  vanno in giro di giorno e di sera, ma non di notte come nei paesi. Il Pitrè ricorda ancora che a Palermo era comunissima una ninaredda di Natale che compendia la storia del lieto avvenimento.

Alligrativi,pasturi,

Già cc’è natu lu Misia;

Bittalemmi a li fridderi

‘Sposu ‘n vrazza di Maria.

A sta nova santa e pia

Li pasturi puvireddi

Si parteru ‘n cumpagnia

Di l’affritti pagghiareddi.

Faràuti e ciarameddi

A  dda grutta si purtaru,

E diversi canzuneddi

A Gesuzzu cci cantaru.

 

Arrivannu salutaru

Lu Bamminu e la Signura,

Di stu modu cci parraru:

“Vi facemu la bonura!

Comu ‘nta sta manciatura

Lu videmu a li fridduri?”

Rispunniu la Gran Signura:

“Ccussì voli lu Signuri”

Il Pitrè tiene a precisare che il bambinello Gesù è il re della festa, e di bambini (al suo tempo) erano piene le vetrine dei dolcieri e le bacheche dei lavoratori in cera.

La Via dei Bambinai a Palermo dice col suo nome come fin dall’antichità si fabbricavano dei bambini in cera, i quali venivano venduti dentro e fuori la provincia,dentro e fuori la Sicilia. Ci dice inoltre che il dolce prediletto dai palermitani e dai messinesi era la cosiddetta mustazzòla su cui veniva raffigurato un bambino dormiente.

Ma torniamo alla novena che veniva cantata per 9 giorni e diciamo subito che il testo (in lingua siciliana)che viene usato dal cantore  si tramandava di generazione in generazione e consultando la ”Storia del Seminario Arcivescovile” del Millunzi, datata 1895, possiamo sapere che l’autore di tale novena è il monrealese Antonino Diliberto che si serviva dello pseudonimo”Binidittu Annuleru” ed era molto apprezzato, sempre secondo il Millunzi, da uno storico locale, Angelo De Gubernatis, che così si esprime:

Le delicatezze materne di questo canto siciliano sono in verità squisite ed adorabili: Le parole messe in bocca alla Vergine,che prevedendo il dolore del martirio,piangerà per gli altri che non sanno piangere,sono di una bellezza che tocca il sublime e che l’apprensione della madre è sommamente drammatica. Anche Salomone-Marino parlando del Diliberto,aggiunge altri particolari che forse sfuggirono al Millunzi,affermando che fu sacerdote e autore del famoso “Viaggiu dulurusu”, che dalla metà del secolo XVIII fino agli anni ’80 del secolo scorso si stampava annualmente a migliaia di copie.

La solennità del Santo Natale,come sappiamo, si celebra la notte con ufficiatura e messa propria e poi il giorno 25 dicembre. La Chiesa in questa circostanza,sia la notte che il giorno, è nel massimo splendore della solennità liturgica, ma non è il caso di soffermarsi a descrivere la liturgia di questa festa che è nota a tutti. A noi interessava dare alcune spigolature su un aspetto di questa festa: la Novena, che riflette certamente la sensibilità del nostro popolo e fino a un certo periodo fu seguita con tanta partecipazione.

 

 

 

 

 

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